Titolo: Chéri
Autore: Colette
Anno: 1920
Pagine: 196
Trama: Con la protervia della bellezza giovane, Chéri,
ragazzo «coi capelli dai riflessi blu come le penne dei merli», irrompe nella
vita di Léa, donna leggera e sapiente – ma nel triangolo amoroso apparirà il
rivale più temibile: il Tempo, corruttore di corpi. L’autunnale opulenza di lei
e l’acerbo smalto di lui vengono spiati, attimo dopo attimo, da un occhio a cui
nulla sfugge, talché la vicenda, scandita dalle scene di una magistrale
commedia demi-mondaine, diventa la cronaca della catastrofe di Léa, dove il sentimento
è delicatamente avvolto nella fisiologia e brama di sprofondare «in
quell’abisso da cui l’amore risale pallido, taciturno e pieno del rimpianto
della morte». Quanto a Chéri, giunto all’acme della sua esistenza di ‘bello’
dinanzi a cui le donne si inchinano, percepisce una vaga inquietudine: «Non
distingueva i punti precisi in cui il tempo, con tocchi impercettibili, segna
su un bel viso l’ora della perfezione e poi quella di una bellezza più
evidente, che annuncia già la maestà di un declino». E quel declino maestoso
vivremo nella Fine di Chéri, dove la punta
avvelenata della storia del giovane emerge con fredda chiarezza dalla prosa
avvolgente, atmosferica, precisa di Colette.
Recensione: Chéri, giovanotto odioso e sicuro della propria
bellezza, vezzeggiato da tutte le donne, e Léa, amica della madre di Chéri, cocotte
che ormai si avvia lungo il viale del tramonto, legati tra di loro da un amore
morboso e drammatico, un’unione destinata a concludersi. Nella prima versione
Colette aveva deciso di descrivere uno Chéri brutto e claudicante e una Léa per
nulla affascinante, in seguito cambiò idea e creò queste due bellissime figure.
Capriccioso e sadico lui, alla ricerca di una madre più che di una compagna, conscia
del proprio declino lei. Una relazione che dura da sette anni ormai, fino a
quando Chéri annuncerà, in modo brutale, all’amante che sta per sposare una
propria coetanea e Léa deciderà di partire, di andarsene per dimenticarlo. Ma
nessuno dei due riuscirà a seppellire per davvero il ricordo dell’altro. Succede
ben poco in questo breve romanzo, è soprattutto la storia di due amanti che non
riescono ad allontanarsi nonostante il tempo e la spietata società siano contro
di loro. La storia di questo amore è in realtà ispirato a quello che l’autrice (rappresentata nella fotografia qua affianco)
provò per il proprio figliastro. Critica di un mondo in cui in realtà l’amore
non conta assolutamente nulla. Il finale è crudele ma inevitabile.
Citazioni:
Per la prima volta nella sua vita, aspettava invano quanto
non le era mai mancato: la fiducia, l'abbandono, le confessioni, la sincerità,
l'espansione indiscreta di un giovane amante, quelle ore di notti intere
durante le quali la gratitudine quasi filiale di un adolescente, si esprime
senza pudori, in lacrime, in confidenze, rancori, nel caldo seno di una matura
e sicura amica.
<Li ho posseduti tutti>, pensava Léa, ostinata, <ho sempre saputo quanto valevano, che cosa pensavano e volevano. E questo marmocchio...questo marmocchio...sarebbe il colmo!>.
Finalmente robusto, fiero dei suoi diciannove anni, allegro a tavole, impaziente a letto, Chéri non abbandonava di se stesso se non se stesso, e restava misterioso come una cortigiana. Tenero? Sincero, se la tenerezza può trapelare dal gemito involontario, da un gesto delle braccia. Ma la "cattiveria" ritornava con la parola e con l'attenzione a sfuggire. Quante volte, all'alba, stringendo tra le braccia l'amante soddisfatto, tranquillo, l'occhio socchiuso con uno sguardo, una bocca dove la vita riaffiorava come se, ogni mattina, ogni amplesso lo ricreasse più bello del giorno prima, quante volte, posseduta lei stessa, in quell'ora, dal desiderio di conquista e dalla voluttà della confessione, aveva appoggiato la fronte contro quella di Chéri:
<Dimmi...parla...dimmi...>.
Ma la bella bocca arcuata non esalava alcuna confessione, nè altre parole se non sussurri imbronciati o esaltati, con quel nome di <Nounoune> datole quando era un bambino e che ancor ora gridava dall'abisso del piacere, come un grido di soccorso.
<Li ho posseduti tutti>, pensava Léa, ostinata, <ho sempre saputo quanto valevano, che cosa pensavano e volevano. E questo marmocchio...questo marmocchio...sarebbe il colmo!>.
Finalmente robusto, fiero dei suoi diciannove anni, allegro a tavole, impaziente a letto, Chéri non abbandonava di se stesso se non se stesso, e restava misterioso come una cortigiana. Tenero? Sincero, se la tenerezza può trapelare dal gemito involontario, da un gesto delle braccia. Ma la "cattiveria" ritornava con la parola e con l'attenzione a sfuggire. Quante volte, all'alba, stringendo tra le braccia l'amante soddisfatto, tranquillo, l'occhio socchiuso con uno sguardo, una bocca dove la vita riaffiorava come se, ogni mattina, ogni amplesso lo ricreasse più bello del giorno prima, quante volte, posseduta lei stessa, in quell'ora, dal desiderio di conquista e dalla voluttà della confessione, aveva appoggiato la fronte contro quella di Chéri:
<Dimmi...parla...dimmi...>.
Ma la bella bocca arcuata non esalava alcuna confessione, nè altre parole se non sussurri imbronciati o esaltati, con quel nome di <Nounoune> datole quando era un bambino e che ancor ora gridava dall'abisso del piacere, come un grido di soccorso.
Nello specchio ovale
una vecchia ansante ripeté il suo gesto,e Léa si chiese che cosa potesse avere
in comune con quella vecchia pazza.
Chéri riprese a camminare verso la strada,aprì il cancello e uscì.
Sul marciapiede abbottonò il cappotto per nascondere la camicia sgualcita. Léa lasciò ricadere la tenda.Ma ebbe ancora il tempo di scorgere Chéri che alzava il capo verso il cielo primaverile,verso i castagni carichi di fiori,ebbe ancora il tempo di vedere che,riprendendo a camminare,gonfiava il petto respirando a pieni polmoni,come un evaso.
Chéri riprese a camminare verso la strada,aprì il cancello e uscì.
Sul marciapiede abbottonò il cappotto per nascondere la camicia sgualcita. Léa lasciò ricadere la tenda.Ma ebbe ancora il tempo di scorgere Chéri che alzava il capo verso il cielo primaverile,verso i castagni carichi di fiori,ebbe ancora il tempo di vedere che,riprendendo a camminare,gonfiava il petto respirando a pieni polmoni,come un evaso.
Voto: 8

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